LASSIE NON TORNA A CASA. DOMANI È UN ALTRO GIORNO CARLO NANNICOLA

Al Museolaboratorio di Città Sant’Angelo
l’ironia corrosiva e dolente dell’artista aquilano
si interroga sulla massificazione mediatica delle immagini

Locandina web lassie non torna a casa Carlo Nannicola

Sabato 2 giugno, alle ore 18.30, presso il Museolaboratorio di Città Sant’Angelo, ha aperto al pubblico Lassie non torna a casa. Domani è un altro giorno, mostra personale di Carlo Nannicola (L’Aquila 1981), per la cura di Maurizio Coccia. Si tratta di un corpus di opere tecnicamente eterogenee, ma accomunate da una critica feroce a quella sorta di “immaginario dell’orrore” che dilaga nei media popolari. Come un novello Hogarth, moralista senza la presunzione di educare, Nannicola allestisce una sfrenata e colorata sarabanda gremita di atomiche in rosa, avvistamenti alieni nei cieli quattrocenteschi, carte da parati di indubbio gusto militare. Tra stampe 3D e installazioni sonore, sculture ammiccanti e titoli satirici, Nannicola rielabora l’eredità Pop aggiornandola al gusto – e alle nevrosi – della comunicazione ai tempi del Web. Tuttavia, anche se sembra prevalere lo sguardo edonistico dell’irrisione e dello sberleffo, la mostra si conclude invece con un austero e pudico omaggio alla straziata città dell’artista. Alla chiusura della mostra è stato presentato presentato il catalogo, pubblicato da ARTE Edizioni con testi di Maurizio Coccia e Teresa Macrì.


VISTI DI SPALLE

Maurizio Coccia

C’è un’evidente frattura, nel percorso artistico di Carlo Nannicola. Una chiusura perentoria e inappellabile. Una radicale presa di distanza. Solenne e silenziosa. Sentimentale, ma non retorica. Come solo può esserlo il congedo dell’esule per scelta. Nasce da un trauma personale per una sciagura collettiva. Succede. Niente di strano. Solo che. Solo che, stavolta, l’artista abdica all’arte. Dice basta a quella catastrofica, atroce fonte d’ispirazione. Per dissenso verso l’estetica dell’angoscia. Per inesprimibile pena. Per pudore. Frustrazione. Assuefazione.

Anche il più spietato, disumano degli eventi, se tradotto in immagine, dissipa la propria carica morale. Non importa quanto efferato sia il delitto. O quanto apocalittico il disastro. La tragedia, mediante la rappresentazione, scivola dall’etica all’estetica. E la violenza diventa iconografia. La morte, teatro. La calamità, attrazione turistica. Perché subentra un criterio di valutazione solo formale. Un giudizio di appropriatezza spettacolare.

Hanna Arendt diceva che il dolore è un’esperienza assolutamente soggettiva, che non può essere rappresentata. Eppure, siamo circondati da immagini correlate alla sofferenza. Stupri. Suicidi. Omicidi. Torture. Guerre. Pestilenze. Diffuse da giornali. Telegiornali. Film. Videogame. Internet. Eccetera.

Carlo Nannicola, dopo una pausa di circa quattro anni, ricomincia da questo paradosso. Formulando alcune, precise domande: da cosa nasce la morbosa attrazione per la raffigurazione del male? Che legame esiste tra i mezzi d’informazione e l’illustrazione dell’orrore? Dipende dal nostro ancestrale agonismo? È il frutto di un’abile manipolazione ideologica? È una maledizione divina? Una congiura extraterrestre?

L’immaginario prevalente, a livello planetario, è nordamericano. Anche – se non soprattutto – quando fieramente osteggiato. È comunque imprescindibile. Hollywood e la controcultura. La più grande democrazia della storia e Hiroshima. Il R’n’R e il Vietnam. E via così, iconizzando.

La cultura USA, infatti, è geneticamente popolare. Non è una questione di classe, ma di stili di vita. Che sono impostati lungo una mediana dove confluiscono le élite e le comunità rurali, i sobborghi residenziali e la vita nelle roulotte. È un’utile semplificazione per sostenere l’industria, sia quella manifatturiera sia quella culturale.

Sappiamo che le informazioni primarie sono quelle visuali. Poiché l’immagine è universalmente riconoscibile, non ha bisogno di traduzioni. Il contenuto analogico della comunicazione (P. Watzlawick), infatti, è immediato, condivisibile, trasversale. Ciò che cambia è l’attribuzione simbolica.

Carlo Nannicola è un consumatore/produttore bulimico di immagini. Oltre la quantità, colpisce la velocità, perché si è formato nel momento della domesticazione del Web. E il ritmo della rete è diventato la sua cifra stilistica. La rapidità delle connessioni ipertestuali, un riflesso esistenziale.

L’imprinting Pop di Carlo Nannicola ha il gusto di un frutto troppo maturo. O, se vogliamo, i colori saturi di certi telefilm americani entrati nella mitologia della televisione. Non si tratta né di citazione né di parafrasi, però. È piuttosto un campionario facilmente reperibile e non problematico. Qualcosa di più vicino alla mela con la quale Cézanne voleva sorprendere Parigi, che agli stanchi détournement del postmodernismo. Ready-made immateriali e fantasmagorici. Prototipi di quella banalità che, offerta alla reiterazione comunicativa, ci porta alle soglie del misticismo.

Mazzi di funghi nucleari esposti nella loro erezione botanica. Raccapriccianti istantanee di vacanze dementi nei paesaggi del massacro. E poi ordigni atomici come Dildo oscenamente imperialistici. Sculture e incisioni, foglia d’oro e stampe 3D. Un caleidoscopico mondo di mezzo dove – senza scomodare McLuhan – vediamo il medium primeggiare, dilagare fino a sostituirsi e annullare il messaggio.

Non è più la denuncia di un possibile conflitto mondiale, il focus, ma la lascivia delle immagini, la protervia erotica dell’icona, tanto più adescante nella pornografica ostentazione del non rappresentabile.

6 aprile 2009: il non rappresentabile.

Gli antropologi affermano che la nostra specie non ha abbastanza istinto. Quindi, siamo alla mercé di stimoli non finalizzati biologicamente. Il che ci porta ad azioni infondate, non necessarie alla sopravvivenza, ma che permettono di cambiare la nostra condotta in situazioni di emergenza.

Questa, in estrema sintesi, sarebbe la base della creatività umana. La creatività è la premessa per ogni atto innovativo. Nasce da fatti pressanti e contingenti. L’esecutore è sempre in allerta, vive in uno stato di continua emergenza.

L’esuberanza cromatica e l’edonismo Pop, improvvisamente, si arrestano davanti a una tenda nera. Dietro, l’anatomia di una civiltà frantumata e poi sepolta dall’ipocrisia. La pietas del testimone e il senso di colpa del sopravvissuto. L’archivio nascosto del disagio. Il dovere altissimo della memoria. Il diritto acutissimo al riserbo.

Il comico è il tragico visto di spalle (G. Genette).

Maurizio Coccia
L’Aquila, Maggio 2018


Lassie non torna a casa

Teresa Macrì

Funghi atomici, Little Boy, Ak-47: così irriverentemente si insedia e si ripartisce la mostra di Carlo Nannicola. Il richiamo ossessivo agli ordigni potrebbe suggerire una visione apocalittica della storia del mondo, dei suoi misfatti costanti che, nel corso del tempo, ne hanno stabilito il suo ordine/disordine, attraverso soprusi e riposizionamenti. Ed è chiaro che tutto ciò viene affermato senza ombra di dubbio nel costante quanto variegato immaginario che della bomba, quale oggetto di distruzione di massa, si articola nell’ iter del progetto espositivo dell’artista.

Ma, senza nessuna pretesa storiografica, se non nei pochi rimandi che l’immagine devastante della bomba riesce a veicolare con la sua esplosione. Nannicola piuttosto proietta la sua attenzione al “rimasticamento” che il mondo mediatico fa della sua furia distruttrice, a come essa viene rimandata e innestata per plasmare l’immaginario collettivo.

Ed esso (il mondo della comunicazione delle immagini così subliminale e debordante) non è privo di responsabilità, così intrappolato tra omissioni e fakes in nome dello spettacolo e in combutta con lo share, la condivisione, le visualizzazioni e tutta la impalcatura che domina la rete. Ed è su questo versante, così reale e al tempo stesso così finzionale, che Nannicola articola un progetto sulla funzione della comunicazione visuale nella società postmoderna, partendo dalla certezza che lo spazio culturale è una collisione di arte, musica, filosofia, tecnologia, esperienze underground e entertainment che si trasforma in merce simulacrale.

La bomba riprodotta e reiscritta da Nannicola in un oggetto attraente, multiplo e molteplice è quasi un feticcio artistico che nella sua variazione materica e formale funge da metafora della drammaticità del reale a cui essa riconduce. Ma è anche un coacervo di immaginario mediatico su cui il mondo della comunicazione ha dribblato la realtà, decontestualizzandone tutta la sua drammatica semantica.

Ad una visuality che quotidianamente azzera il valore del pathos e la unicità del sentire in cambio del fragore della notizia, l’arte afferma la centralità del pensiero, sfaldando il processo di appiattimento sistematico e capillare.

La leggerezza con cui Nannicola reitera l’immagine deflagrante del fungo atomico attraverso il formato delle polaroid, dei bellissimi lighbox e delle incisioni insinua la processualità attraverso cui l’immagine in quanto tale può essere codificata e decodificata, riattraversata e rilegittimata, depotenziata dalla sua semantica e rieletta ad altro. In fondo, riattribuita ad una scala di valori che non gli appartiene.

E’ un gioco di ribaltamento dei significati che Nannicola fa con l’immagine-feticcio per proiettarlo in quel mondo delle immagini-oggetto che il business della comunicazione confeziona. Lo fa utilizzando il processo della ripetizione e della differenza di deleuziana memoria.

Così come le riproduzioni pop della famigerata Little Boy (la bomba atomica sganciata su Hiroshima dagli Stati Uniti il 6 agosto 1945, provocando subito circa 60.175 morti, saliti poi a circa 100.000 nei mesi successivi, a causa del fallout radioattivo) sia pur nella pregnanza dell’oggetto artistico non può non riportarci al dramma. La tragicità della sua valenza sterminatrice ci conduce fino alla follia contemporanea in cui i rigurgiti guerrafondai dediti al riarmo nucleare sono sempre accesi.

L’artista, attraverso la riproposizione dell’oggetto, sembra dunque ammonire che non è solo un gioco di codifica e decodifica (Encoding/Decoding1 come direbbe più legittimamente Stuart Hall) ma, nella realtà, è una pulsionalità incessante degli stati nazione, non esattamente rivelata dai media.

A conferma di ciò l’installazione che ripropone l’urlo di Allen Ginsberg in Howl suggella quell’intuizione che solo l’antagonismo poetico dello scrittore americano disseminava già nel 1956. E che solo per la forza delle sue parole, quasi un ordigno testuale, il suo urlo non riesce a soggiacere neanche oggi al dominio dei potenti media.

E ciò ci risarcisce di quel velato scetticismo diffuso che fonda il nucleo della intera mostra. Benché ci rimane la lucida certezza che i conti non tornano e dunque Lassie non torna a casa come ci hanno fatto credere nella nostra infanzia, mistificandoci di Happy ending melensi e immaginari.

Teresa Macrì
Roma, Maggio 2018

1 – Hall S., Encoding and decoding in the television message, Centre for Contemporary Cultural Studies of Birmingham University, London 1973


Inaugurazione

(2 giugno 2018, Museolaboratorio – Ex Manifattura Tabacchi. Città Sant’Angelo – Pescara)

Pubblicato da Carlo Nannicola su Mercoledì 27 giugno 2018


Finissage

(23 giugno 2018, Museolaboratorio – Ex Manifattura Tabacchi. Città Sant’Angelo – Pescara)

https://www.facebook.com/pg/LassieNonTorna/photos/?tab=album&album_id=272837363263612

Pubblicato da Carlo Nannicola su Lunedì 2 luglio 2018


Nota biografica

Carlo Nannicola nasce a L’Aquila, dove vive ed opera, nel 1981.
Ha studiato “Grafica d’arte e progettazione” all’Accademia di Belle Arti dell’Aquila. Si è diplomato nel 2006. Nel 2009 ha completato gli studi discutendo la tesi di specializzazione in Grafica d’Arte.
Attualmente è docente di Grafica d’Arte – Tecniche dell’Incisione presso l’Accademia di Belle Arti dell’Aquila.
Nel 2008, vince il premio “Pagine Bianche d’Autore” come artista per la regione Abruzzo.
Durante la sua formazione, in molteplici opportunità, ha avuto modo di confrontarsi sia con linguaggi tradizionali, sia con gli strumenti dei nuovi media, insegnamenti, questi, che hanno alimentato l’ibridazione di tecniche espressive innovative e originali che trovano ampia applicazione nel suo fare artistico.
I preminenti canali d’espressione utilizzati nell’ambito della creatività digitale sono la net / web art e il sub advertising. La sua ricerca, dall’accentuata caratterizzazione interdisciplinare, si avvale dell’apporto  di differenti linguaggi: dalla grafica al video, dalla performance ai Nuovi Media.
A ridosso della tragedia aquilana (2009) avvia il work in progress “Greetings from L’Aquila”, una raccolta di meta-testimonianze del post-sisma destinate alla pubblicazione e condivisione tramite web 2.0, nonché degli altri Nuovi Media nel frattempo affermatisi.
La sua ricerca, quindi, nasce da quella realtà, definita dai mass media, che “accompagna” l’individuo nel quotidiano trascorrere del tempo.


INFO

Titolo: Lassie non torna a casa. Domani è un altro giorno
Genere: Arte contemporanea. Mostra personale
Artista: Carlo Nannicola
A cura di: Maurizio Coccia
Catalogo: https://play.google.com/store/books/
Inaugurazione: sabato 2 giugno, ore 18.30
Date: dal 2 al 23 giugno.
Finissage: 23 giugno, ore 21.00
Sede: Museolaboratorio – ex Manifattura Tabacchi, Città Sant’Angelo (PE), Italy – + 39 085 960555;
Ente patrocinatore: Comune di Città Sant’Angelo
Facebook: https://www.facebook.com/LassieNonTorna/
Si ringrazia: Enzo De Leonibus, Teresa Macrì, Pierfrancesco Giordano